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Un infortunio durante un allenamento, una caduta al saggio di fine anno, un urto in piscina. Sono fatti che capitano in ogni ASD prima o poi, e quando capitano la domanda è sempre la stessa: chi paga? Atleta, tecnico, gestore dell'impianto, associazione? La risposta non è automatica e cambia a seconda del contesto. In questa scheda mettiamo in fila i principi essenziali, in modo che presidenti, dirigenti e istruttori abbiano chiaro chi risponde di cosa, come prevenire e cosa fare se qualcosa va storto.

 

La regola di partenza: lo sport è "rischio accettato"

Chi si iscrive a un corso sportivo sa che ci si può fare male. È accettato dalla legge: si chiama rischio sportivo consentito. Vuol dire che non ogni infortunio è risarcibile: se durante una partita di calcio uno entra in scivolata e l'altro si fa male alla caviglia, fa parte del gioco. Stesso discorso per una caduta da bicicletta in gara, per una presa nel judo, per uno scontro a centrocampo nella pallavolo.

La responsabilità scatta solo quando succede qualcosa "in più" rispetto al normale rischio dello sport. Lo dice la Cassazione da decenni e l'ha ribadito anche con le sentenze recenti del 2021, del 2023 e del 2025: il risarcimento si deve solo se il gesto è volontario, gravemente scorretto, o estraneo all'attività sportiva. Un pugno in faccia a gioco fermo. Una gomitata sferrata fuori azione. Un colpo dato apposta per fare male.

La giurisprudenza dice anche un'altra cosa importante: negli allenamenti il giudice è più severo che nelle gare ufficiali. In allenamento ci si prepara, non si compete: ci si aspetta più controllo. Un fallo "agonistico" perdonabile in partita può non esserlo durante un'esercitazione.

 

Quanto rischio è "accettato"? Dipende dallo sport

Ovviamente il pugilato non è il golf. Il livello di contatto e di violenza che si può tollerare cambia da sport a sport. La giurisprudenza distingue quattro categorie:

  • Sport a violenza necessaria — pugilato, MMA, kickboxing, lotta, judo, karate full-contact, e in generale tutti gli sport da combattimento. Qui colpire l'avversario è lo scopo del gioco: la soglia di tolleranza è altissima. Un pugno in faccia sul ring non è illecito, è l'azione stessa del pugilato. La responsabilità scatta solo per gesti che violano apertamente il regolamento (colpire dopo il gong, colpo sotto la cintura nel pugilato, leva articolare oltre il cedimento nel judo) o quando manca la cornice di sicurezza prevista (assenza dell'arbitro, attrezzature non conformi, atleti non visitati).
  • Sport a contatto necessario — calcio, basket, rugby, hockey, pallanuoto. Il contatto è parte del gioco ma non lo scopo: la soglia è alta, ma più bassa che negli sport da combattimento.
  • Sport a contatto eventuale — pallavolo, tennis, atletica leggera, ginnastica, sci. Il contatto può capitare ma non è la regola: soglia media.
  • Sport senza contatto — golf, tiro con l'arco, vela, equitazione, scacchi. Ogni urto è anomalo: soglia bassa.

Questo non vuol dire che nel pugilato "vale tutto" e nel tennis "non vale niente": vuol dire che il giudice valuta la gravità del gesto guardando il contesto dello sport praticato. Anche nello sport a violenza necessaria — anzi: soprattutto in quello — la cornice regolamentare diventa decisiva. Quando l'attività si svolge nel rispetto del regolamento federale, con arbitro, medico, attrezzature a norma e atleti idonei, vige la scriminante sportiva: cioè la condotta è lecita anche se produrrebbe lesioni in qualsiasi altro contesto. Fuori dalla cornice — l'incontro clandestino, lo sparring senza supervisione, il "diamoci due colpi così" senza protezioni — la scriminante salta e si torna alle regole ordinarie delle lesioni personali.

 

Chi può essere chiamato a rispondere?

In un'ASD, in caso di infortunio, le figure che possono finire sotto accusa sono quattro: l'atleta che ha causato il danno, il tecnico (allenatore, istruttore, maestro, animatore: chi conduce l'attività), il gestore dell'impianto e l'organizzatore dell'evento (cioè, di solito, l'ASD stessa). Vediamole una per una.

 

1. L'atleta che colpisce un altro atleta

Come abbiamo detto: risponde solo se il gesto è volutamente scorretto o palesemente fuori dalle regole. Una sbracciata in azione di rimbalzo: no. Una gomitata data apposta a palla lontana: sì. Quando c'è il dubbio, ne risponde il singolo atleta in proprio (e, dietro, la sua assicurazione personale o quella federale).

Cosa fare in ASD: se succede qualcosa di brutto, far scrivere subito dal tecnico o dall'arbitro una breve relazione su come è andata, con la data, i nomi dei testimoni e una descrizione precisa del gesto. Conservarla in associazione. Senza un verbale fatto bene, due anni dopo nessuno ricorderà più nulla.

 

2. Il tecnico (allenatore, istruttore, maestro)

Il tecnico è la figura su cui pesa di più la responsabilità, soprattutto quando ci sono minorenni. Per non pagare deve dimostrare che l'incidente non si poteva evitare in nessun modo. È un'inversione dell'onere della prova: non è l'allievo a dover dimostrare la colpa, è l'ASD a dover dimostrare l'assenza di colpa.

In concreto, un tecnico risponde se:

  • propone un esercizio inadatto al livello dell'allievo;
  • non vigila durante un esercizio pericoloso;
  • lascia il gruppo senza supervisione, anche per pochi minuti;
  • non interrompe l'allenamento quando le condizioni cambiano (attrezzo che si rompe, pavimento bagnato, allievo che sta male);
  • non interviene per fermare comportamenti pericolosi fra allievi.

Tre regole d'oro per chi insegna ai minori:

  1. Mai soli: nei corsi bambini deve esserci sempre almeno un secondo adulto presente (un altro tecnico, un dirigente, anche un genitore con incarico formalizzato).
  2. Mai fuori dalla vista: la vigilanza non si interrompe — nemmeno per cinque minuti, nemmeno per rispondere al telefono.
  3. Consegna e ritiro: tenere una traccia scritta (foglio firme cartaceo o digitale) di chi consegna e ritira il bambino. Se un genitore lascia il figlio "fuori dal cancello" prima che inizi il corso, non è ancora sotto la responsabilità dell'ASD; ma se entra in palestra e il tecnico lo "prende in carico", lo diventa.

 

3. Il gestore dell'impianto (palestra, piscina, campo)

Chi gestisce l'impianto — anche se non ne è proprietario, anche se lo ha avuto in concessione dal Comune — risponde dei danni causati dall'impianto stesso. È quella che il codice civile chiama "responsabilità per cose in custodia" (articolo 2051): pavimento bagnato, gradino rotto, rete strappata, canestro instabile, attrezzo difettoso, soffitto che perde, impianto elettrico fuori norma.

Anche qui vale la regola dell'inversione della prova: se uno si fa male a causa dell'impianto, si presume che la colpa sia del gestore. Per non pagare, il gestore deve provare il caso fortuito: cioè che l'evento è successo per un comportamento imprevedibile del danneggiato (uno che salta sulla rete fuori dal regolamento) o per un fatto eccezionale (un terremoto, un fulmine).

Funziona così per palestre, piscine, campi all'aperto, palazzetti, e con regole più specifiche per impianti sciistici, ippici, palestre di arrampicata.

La difesa pratica si chiama "registro delle manutenzioni". Basta anche un quaderno cartaceo, con data, tipo di intervento, chi ha controllato e firma: quando si pulisce, quando si verifica un attrezzo, quando si fa il controllo periodico dell'impianto elettrico, quando si rimuove un pericolo segnalato. Senza questa documentazione, di fronte a un giudice il gestore parte sconfitto. Una manutenzione fatta e non documentata, per il giudice, è come se non fosse mai stata fatta.

Attenzione a un equivoco diffuso: le liberatorie firmate dai soci non proteggono l'ASD. Tante associazioni fanno firmare al momento dell'iscrizione un foglio di "esonero da responsabilità", convinte che basti quello per stare tranquille. È una falsa sicurezza. Il codice civile (articolo 1229) stabilisce che è nullo qualsiasi accordo che esclude o limita preventivamente la responsabilità per dolo o colpa grave.

Anche per i danni meno gravi (la cosiddetta colpa lieve, quella della distrazione momentanea), la giurisprudenza tende a non dare valore alle liberatorie che riguardano la sicurezza degli impianti o la vigilanza sui minori: si tratta di obblighi che la legge mette in capo al gestore e al tecnico, e che non possono essere "scaricati" sull'allievo con una firma in calce a un modulo.

La regola pratica: la firma del socio sull'informativa privacy e sull'accettazione dello statuto è obbligatoria e va raccolta. La "liberatoria di responsabilità" generica, invece, dà solo un falso senso di sicurezza al presidente e non protegge da niente di serio. Meglio investire le energie nella documentazione delle manutenzioni, nelle qualifiche dei tecnici e in una buona polizza integrativa.

 

4. L'organizzatore dell'evento

Chi organizza un torneo, una gara, un saggio, una festa di fine anno con esibizione, risponde su due fronti:

  • Verso gli atleti partecipanti: deve garantire impianti idonei, presidio sanitario (dove previsto dal regolamento federale), regole rispettate, segnaletica adeguata.
  • Verso il pubblico presente: deve garantire che gli spettatori non si facciano male — uscite di sicurezza libere, transenne stabili, capienza non superata, area separazione pubblico/campo, illuminazione sufficiente.

L'organizzatore risponde anche per quello che fanno i suoi volontari (steward, addetti alle transenne, fotografi, tecnici del suono). Se un volontario lascia una porta antincendio chiusa a chiave e scoppia un'emergenza, il responsabile civile è l'ASD organizzatrice.

Cosa fare in ASD: per ogni evento, anche piccolo, redigere un foglio interno con (a) chi è il responsabile organizzativo (di solito il Presidente o un suo delegato per iscritto), (b) chi sono i volontari e quali compiti hanno, (c) quali misure di sicurezza sono attive. Bastano due fogli. In caso di problemi, è il documento che salva.

 

Le assicurazioni: potrebbe non bastare quella dell'affiliazione

Tutti i tesserati a un Ente di Promozione Sportiva o a una Federazione Sportiva (o Disciplina Associata) hanno una polizza base obbligatoria compresa nel tesseramento. Copre infortuni e responsabilità civile, ma è proprio una copertura di base: massimali ridotti, franchigie significative.

Per chi vuole stare sereno la strada è parlare con un broker assicurativo e farsi proporre una polizza integrativa cucita sull'attività concreta dell'ASD. Le esigenze cambiano molto da un'associazione all'altra: una scuola di danza per bambini non ha gli stessi rischi di una boxe gym, e una società di calcio amatoriale non ha gli stessi rischi di una scuola sci. Il broker valuta numero di tesserati, tipo di attività, impianti gestiti, eventi organizzati e propone le coperture utili — tipicamente un'estensione della responsabilità civile verso terzi con massimali più alti, un'integrazione degli infortuni per chi fa attività agonistica, e — opzione spesso dimenticata — una tutela legale che copra le spese di avvocato se l'ASD o il Presidente vengono citati in giudizio. Anche quando alla fine si vince, una causa costa.

Attenzione: la polizza non sostituisce la prudenza. La compagnia può rifiutare l'indennizzo se l'evento è avvenuto in violazione di norme tecniche o regolamentari — palestra senza certificato prevenzione incendi valido, manifestazione senza presidio sanitario obbligatorio, attrezzo modificato in modo non a norma, tecnico senza qualifica federale.

 

L'infortunio è appena successo. Cosa fare nelle prime 24 ore?

Tre cose, in questo ordine.

Una. Prestare soccorso e chiamare il 118 se serve. Non sottovalutare mai un trauma, soprattutto alla testa o alla schiena. Se l'infortunato dice "sto bene", chiamare comunque i genitori se è minore. Non far firmare "rinunce al pronto soccorso" scritte a mano sul momento: sono inutili giuridicamente e dannose moralmente.

Due. Scrivere subito una relazione. Anche solo mezza pagina: cosa è successo, quando, dove, chi era presente, cosa stava facendo l'infortunato, in che condizioni era l'impianto. Firma di chi ha visto. Avvisare i genitori per telefono e segnare l'orario della chiamata. Questa relazione è il documento più importante che ci sia: serve all'assicurazione, all'eventuale procedimento sportivo, all'eventuale causa.

Tre. Aprire la denuncia di sinistro. Con la Federazione o l'Ente di Promozione Sportiva entro i termini previsti dal regolamento (di solito 48-72 ore, talvolta solo 3 giorni). Con la compagnia integrativa se attiva. I termini sono brevi e perentori: se si denuncia in ritardo, la compagnia può rifiutare di pagare anche se il sinistro era coperto.

 

Le sette regole per il presidente che vuole dormire tranquillo

  1. Tesseramento prima dell'attività. Mai far partecipare a una lezione chi non è tesserato — neanche "per provare".
  2. Certificato medico aggiornato e archiviato. Agonistico per chi compete (anche in forma amatoriale), non agonistico per gli altri. La copia (anche solo PDF) deve essere reperibile prima che l'allievo entri in palestra la prima volta.
  3. Registro manutenzioni dell'impianto. Date, interventi, firme. È la migliore difesa contro l'art. 2051.
  4. Foglio organizzativo per ogni evento. Chi è responsabile, chi sono i volontari, quali misure di sicurezza ci sono.
  5. Mai un tecnico solo con i bambini. Sempre due adulti presenti, sempre.
  6. Polizza RCT integrativa. Da rivedere ogni anno con il broker, soprattutto se cambiano gli impianti gestiti o il tipo di attività organizzate.
  7. Tecnici con qualifica riconosciuta. Qualifica tecnica della Federazione o dell'Ente di Promozione Sportiva di riferimento, e — quando previsto — iscrizione al Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche.

La responsabilità civile nello sport non si elimina: si gestisce. Si previene con piccole abitudini documentali (i registri, i fogli, le firme) e si copre con una rete assicurativa adeguata. Tre attenzioni elementari — tesseramento corretto, manutenzione documentata, vigilanza sui minori — bastano a evitare la maggior parte delle situazioni difficili. Le altre, quando capitano, si affrontano con calma e con i pezzi giusti in mano.

 

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